Del tuo sorriso

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Quando avrò bisogno di tempo
mi scivoleranno le ore tra i capelli
e i segreti nascosti tra le mani
avranno urgenza di essere gridati.

Quando avrò bisogno di tempo
mi sfuggirò nel grembo tra le ore
perdendomi di un istante nel quale
indugiando ancora in un angoscia

ricorderò i colori del tuo cielo
fame avida, il sempre di un respiro
e il bisogno di senno senza tempo
di quel tempo che non sa tornare.

In ogni dove, in ogni attesa
ogni silenzio sbieco, ogni silenzio astruso.
Del tuo sorriso, ecco… e avrò bisogno.
Quando

Credo fortemente nell’egoismo inconscio

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Alcune volte, provi a comprendere, ci sono mondi differenti, modi, differenti, che provi a comprendere.
E le sensazioni si accumulano, seguono, scavalcano, e resti là, a chiederti perché.
Alcune volte, cerchi altri occhi, prospettive, colori, dovrebbero essere semplici da svestire, invece non lo sono.
Provi a filtrare ma chi è incline a contenere, confonde e svia. La paura è comune tra gli uomini, la paura governa gli uomini, è una lama a doppio taglio la paura, alcune volte protegge e salva la vita, altre volte spegne e fa morire, assume l’espressione crudele di un fallimento.

Sarà ingenuità, oppure il fatto che soggettivamente viviamo lo scontato, ciò che appare, ciò di cui siamo convinti, non sappiamo meravigliarci, non consideriamo l’oltre ciò che è, o ciò che per noi, è. Scopriamo la delusione, scopriamo di non aver compreso ancora una volta. Anche quando tutto è palesemente detto, restiamo là rinchiusi nella nostra storia e non sappiamo guardarci intorno, è triste, tutto molto triste, come un urlo che rimbalza sui vetri che vibrano, ma non ci facciamo caso, come se fosse normale, così è.

Forse, mi sono detta, sì, sarà perché ognuno di noi è un individuo, prima che un uomo o una donna, prima di tutto un -individuo.

Credo fortemente nell’egoismo inconscio, poiché è bagaglio degli esseri umani, eppure, sono altruista, credo fortemente nella soggettività, eppure analizzo i comportamenti altrui, per paragonarli, per trarne esempio, per comprendere, per migliorarmi, credo fortemente nei silenzi, ma poi, c’è chi urla, e pensa alla forza nel proprio tono, che forza non è.

Dove altri vedono nero, cerco il bianco, e viceversa, eppure mi si fa notare che, esiste il grigio.

Ti è mai successo di sentir parlare di storie tipo, lui è davvero un grande uomo, un grande uomo, ma non comprende a volte ciò che gli è sbattuto in faccia palesemente, non comprende, perché guarda la normalità, ciò che è, mai oltre il normale, mai oltre la banalità. Una parola non ha che un solo e unico significato, un solo suono, un suono per ogni corda del violino, una sicurezza, una certezza.

La sicurezza, la certezza, la propria, è la morte di ogni rapporto, diventa, “a b i t u d i n e, q u i e t e, s e r e n i t à, c o n v i n z i o n e” -stallo. Per poi infrangersi, come un cristallo, basta poco, colpire lievemente il punto giusto, e l’equilibrio si spezza, e tutto disorienta, va in frantumi, -non me l’aspettavo! Bella esclamazione.

Bene, non penso che sia un caso, penso solo che a volte una parola abbia una storia, e quella storia mille sfumature e mille mondi, ciò che non si considera tra il bianco e il nero, una metafora resa tale con la speranza che sia colta, con la presunzione che possa essere colta.

La presunzione, sì, si presume spesso, e si presume l’ovvio. (Ti conosco bene, so come sei, dopo tanto tempo ho imparato a conoscerti) Sono le affermazioni più scontate, più banali, la nostra normalità, il non, oltre il nostro muro.

Non si conosce nulla fino in fondo, mai, neanche vivendosi accanto per anni. Difficile perfino conoscere se stessi, nonostante ci si viva dentro. Siamo presuntuosamente arroganti e, basta che un altro essere umano abbia un idea simile alla nostra che ci coglie la sensazione di conoscenza, siamo uguali, pensiamo, affini, e là lo scambio, e poi la condivisione, e i sentimenti si alternano, s’inseguono, cominciamo a fantasticare che sia uguale per due, dimenticando di essere individui e che ogni sentire è soggettivo. Guardiamo con i -nostri occhi – e crediamo di vedere gli stessi colori dell’altro, e esigiamo, sì, pretendiamo di sapere che sia uguale, resta un’ipotesi, ma gli diamo certezza, là spesso, la delusione.

Già, la delusione, quella grande amica che ci apre gli occhi, che spalanca gli orecchi, che ci fa precipitare, in basso, ma la testardaggine, dove la mettiamo? Già!

La testardaggine è quella parte di noi che ci fa perseverare, alcuni la chiamano, speranza, altri, masochismo, ma come dicevo, ogni parola può essere solo una parola, o anche metafora, c’è chi coglie, e chi no

Abbi cura di soffrire

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Ci avevo creduto, sì, in te, in me, in noi.
Ci avevo creduto fortemente, fino alle lacrime.
Posso aver sbagliato così tanto? L’ingenuità è dei bambini, dicono.
Osare, osare troppo, mirare in alto, dove non è dovuto alla miseria.
A pezzi, costante, come una testata contro il muro di gomma
di rimbalzo, umile mai.
Eppure, dopo il cielo, dopo le stelle, dopo le grida, dopo la morte
il dolore, è una banalità, quasi non lo senti, diventa parte di te
un bisogno che appaga
il sapore del fallimento, l’inutile, inconsistente, stentato, ostentato.
Abbi cura di soffrire– non c’è un modo diverso per apprezzare la vita.
Nel deserto, ossa ammassate, sabbia, sabbia, sabbia!
Lasciami un respiro, una cognizione, una speranza.
Ho tutto il nulla del mondo, pensa, tutto per me
una latrina lurida, fetida, abbandonata tra le mosche
appestante e isolata, come una delimitazione.
Il confine penetrato in un inguine esangue
dove l’ossessione degradante di una chimera
s’accosta alla follia per poi scomparire, tra braccia senza storia.
Un fiume osannato come lava che scende dalle montagne della dignità
per farsi cenere. Ci avevo creduto, sì, in te, in me, in noi.
Ci avevo creduto fortemente, fino alle lacrime.
Posso aver sbagliato così tanto? Eppure

Un abbraccio nudo che divideva più d’ogni silenzio

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Il fare stanco di un pensiero muto
s’adagiava lento su quel sorriso
era una parvenza e s’era perso, come la speranza.
Onorava ogni senso lacero
un rinforzare il gioco delle parti
in quei momenti come dei dispetti
di bimbi stupidi che non san giocare.
Ad ingoiare gocce di rugiada
lacrime ottuse, sola debolezza
e annerire la porpora che regnava secca
nelle vene.
Il più bel giorno come una cascata
precipitava dentro ogni sentire
stupido cuore lo chiamava amare, solo un perdente!
Era l’echeggiare d’un abbraccio nudo
che divideva più d’ogni silenzio
e sopra i giorni scese un velo nero.
Foss’anche giusta morte d’un destino
che liberava da conquista amara
felicità che sebbene unisse
stringeva il collo, un cappio, una tagliola
e dissacrava. Come una bestemmia

Consapevolmente bendata… la solita dea

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Sono consapevole
e nell’ottusità degli uomini leggo la paura.
Sono –con-sa-pe-vo-le
illogicamente vera
illetterata, prepotente, presuntuosa

il ch’è dell’ignoranza, già, ma consapevole.

E ruota, ruota il mondo intorno a sé e da sé torna
alle parole perpendicolari che scendono come pioggia
e trasversali, che tagliano come lame
è un temporale di furie.
C’è un petto lacero di suo e del passato, appoggiato contro il tuo
tra le piaghe, tra le pieghe che si toccano
fa silenzio.

Cercami un battito accelerato, resta aggomitolato il cuore
come un bambino
con gli occhi sbarrati che di uno schiaffo ancora
ha paura.
E resto consapevole, ché
nessun essere saprà mai amare più di quanto s’ama, ché
nessun –io
potrà colmarsi mai abbastanza della propria gloria
il narcisismo onnipotente che ormai porta alla deriva
delimita un cerchio folle di terrore
incosciente dalla propria solitudine e aridità.

Ma nessuna rabbia, saprà riportare in sé salvezza
come un vulcano ch’erutta, sarà una strage sul mio sangue
“ho radici forti, terra, germoglio e sole (oltre la luna storta) e
ricordo
so che non vale la pena.”

Come un fiume in piena, trascinerà con sé ogni cosa
e straripando ancora, solcherà altra terra senza sponda
una libertà strampalata, una libertà indotta, la libertà
irreprensibile e implacabile, ch’è collera –umana.

Lei guarda” si logora, incenerisce, immagina, inventa,
si persuade -vede solo ciò che vuole- simula sereno, allontana il vero
ogni tuo dire

che chiama amore

(La solita dea bendata, che non è fortuna…
la verità è come un tramonto, torna ogni giorno, anche se non vuoi.)